Mark Lanegan – Scraps at Midnight (1998)

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Mi allontano ancora una volta dal metal vero e proprio, ma in questo 1998 sono usciti album interessanti sotto vari aspetti della musica, quindi mi sembra giusto esplorare e, con poche e giuste eccezioni, andare a parlare di artisti o dischi belli e da recuperare.
C’è una cosa che mi sta sulla minchia ed è tutta la marmaglia di gente che si mette a parlare di Mark Lanegan perché l’ha visto collaborare con i Queens Of The Stone Age. Da quel momento sembra essere diventato un nuovo idolo quando, per il sottoscritto, lo era già da moltissimi anni, direi dai tempi degli Screaming Trees. Non mi metto a parlare di questa band grunge (ma la definizione è sballata, visto che hanno una componente lisergica e psichedelica molto più accentuata degli altri “rappresentanti del grunge“) e mi butto subito sul singer. La sua carriera solista è iniziata presto (1990) e da quel momento in poi non ha accennato a diminuire di qualità e continuità – a parte il periodo compreso fra il 2004 e il 2012 in cui Lanegan era preso da mille progetti fra QOTSA, duetti e via dicendo -.
Avevo trovato The Winding Sheet in un mercatino dell’usato, mentre lo stupendo Whiskey For The Holy Ghost era in promo nel negozio dove giravo (era così conosciuto che lo vendevano a poche Lire). Di quest’ultimo mi sono innamorato follemente. La depressione, il tono che mischiava Tom Waits con quello di Cohen e tutto l’insieme del disco mi hanno fatto capire che Lanegan sarebbe stato uno dei miei singer preferiti (per il genere, sia chiaro).
Nel 1998 è uscito Scraps at Midnight e mi ha lasciato interdetto. Forse avevo amato troppo WftHG o forse non l’ho preso al momento esistenziale giusto, che ne so io, ma quando è partita Hospital Roll Call ho capito che non era un disco di facile assimilazione. C’era più dolore, più sofferenza, redenzione e percorso umano in questo LP che nel precedente, forse, e dico forse, perché in questo disco si sente l’eco della fucilata in testa di Kurt Cobain (amico stretto di Lanegan) o della tossicodipendenza che in quel periodo stava mettendo a dura prova la salute del singer americano.
Poi mettici la canzone da ultima sigaretta e via, quei brani che ascolti in macchina con un amico, mentre stai riflettendo su quello che ti aspetta nel futuro (Last One in the World) e poi gli echi di Cohen in Hotel, mentre le tematiche “positive” di Bell Black Ocean e Stay non risaltano come tali, ma sono ammantate da quella caligine, quella nebbiolina fredda che copre il mondo.
Scraps at Midnight è un disco che mi ha lasciato stranito e, ancora adesso che lo sento qualche volta – ma più canzoni singole che l’album intero -, non riesco a recepirlo con quell’attitudine con cui ascolto Whiskey… o il successivo Field Songs.
Io mi pongo l’obiettivo di capirlo quando, nel mondo, cambieranno delle cose o quando il mio umore sarà buio come la pece e, in questo disco di fallimento e redenzione, ci troverò delle risposte.
[Zeus]

 

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