La sfortuna in viaggio. Quando non sei superstizioso ma gli eventi ti invitano a diventarlo, capitolo II

Rediviva sono qui!

Un primo capitolo ne sottintende sempre almeno un altro ma i giorni sono trascorsi e questo non è ancora arrivato. Faccio mea culpa perché, nonostante l’enorme voglia di raccontare le dis/avventure appena passate, il rientro a casa è stato scandito da alcuni eventi poco felici e, complice forse anche il cambio di stagione, uno stato d’animo un po’ triste, pensieroso, un senso di insoddisfazione e dubbi su tutto hanno pervaso le mie giornate di inizio autunno, portandomi man mano all’immobilismo.

Poi succede, perlomeno a me succede, che all’improvviso non è che ti senta più sicura o veda tutto chiaro, assolutamente no, però inaspettatamente ti puoi sentire di nuovo quasi in pace, il cielo può schiarirsi quel tanto che basta per ritirarti su e, magari, ciò può avvenire grazie ad un paio di parole scambiate con una persona che conoscevi ma alla quale non avevi mai dato peso, con la quale forse credevi che non avreste mai potuto avere un buon rapporto, partendo purtroppo da idee preconcette e senza nessun fondamento. Invece accade, così, semplicemente. Quindi ora sono qui, spronata anche da Roberto, a cercare di riprendere il filo del discorso, per darvi il doveroso secondo capitolo.

Veniamo allora immediatamente al dunque.

Eravamo rimasti proprio a me e Roberto a casa dei miei; eravamo tristi, sconsolati, confusi dopo aver ceduto alla prudenza e rinunciato alla nostra vacanza prenotata da mesi.

La scelta di cambiare meta e partire comunque, in due giorni.

… Cosa facciamo? No, abbiamo fatto bene a non partire. Troppo rischioso! No, beh, ce ne stiamo qui. Potremmo andare da qualche parte in Italia, al Sud, ma l’uragano ha colpito proprio quelle zone, è comunque troppo freddo per far mare e noi abbiamo solo roba estiva, costumi… Una SPA, ecco. Ma stiamocene tranquilli, ci riposiamo e passiamo del tempo in famiglia. Ma insomma queste erano le ferie, poi un altro anno come resistiamo?… Questi erano i pensieri che guidavano le nostre conversazioni. Non ci stavamo capendo più niente, ci raccontavamo di esserci rassegnati e poi a turno ci perdevamo sul pc o sullo smartphone a cercare un’alternativa dell’ultimo momento.

E alla fine l’abbiamo trovata.

C’era un volo da lì ad un paio di giorni, molto conveniente, dall’aeroporto di Napoli per Faro, nel sud del Portogallo. Tanto è bastato e ci siamo scatenati! L’intera famiglia si è appassionata e ognuno a suo modo ha cercato di contribuire aiutandoci a riorganizzarci e superare le difficoltà che questo cambiamento comportava. Tanto che ben presto avevamo perso di vista la realtà e progettavamo di visitare una montagna di luoghi oltre quelli che, già a fatica, siamo riusciti a raggiungere nei successivi dieci giorni. Memori della freschissima esperienza avevamo persino pensato di partire senza prenotarci nulla questa volta e far tutto sul posto, ma alla fine non siamo riusciti a convincerci. Così abbiamo indicativamente deciso le tappe della nuova avventura nella quale ci stavamo buttando, abbiamo scelto i posti dove avremmo pernottato, prenotato quelli e soprattutto  noleggiato un’auto, fondamentale per i nostri scopi. L’auto è stata la parte più sofferta, tribolata, ansiogena di tutto il viaggio, ma ne parlerò più avanti. Siamo partiti dall’Abruzzo completamente esausti, bisogna dirlo, con la lucidità ai minimi storici oramai e avendo il volo molto presto di mattina abbiamo dovuto optare per andare via in bus il giorno prima, facendo un pernottamento vicino all’Aeroporto della città partenopea; solo che “vicino” si è rivelato un termine assai relativo ed il risparmio che avevamo scelto di fare ce lo siamo rimangiati diversamente.

Andiamo con ordine.

Ora immaginateci al terminal bus, i saluti, noi due che saliamo sul pullman, oooooopppssss no, io che inizio a salire e gratuitamente do una botta incredibile con la spalla ad una sorta di scatola che intralciava parzialmente il passaggio e, chiaramente, non avevo assolutamente visto! Ci sediamo finalmente nei posti riservati, io col mio dolore, che mi accompagnerà per un paio di giorni buoni, e finalmente pensiamo che dovremmo iniziare a rilassarci. Ok! Bene, lungo il percorso piove e ciò non è bello ma speriamo ancora di essere fortunati all’arrivo a Napoli e in effetti quasi quasi, dai, si, lo siamo… riusciamo appena in tempo infatti a raggiungere la pensilina della Stazione Centrale, praticamente, per fortuna attaccata al MetroPark. Da lì passa l’Alibus che arrivando dal porto ci condurrà dritti all’aeroporto. Un po’ di attesa e arriva, una montagna di gente, tutti si accalcano però, un attimo, a ben guardare gli Alibus non hanno numerazione e dall’albergo prenotato ci han dato un paio di numeri delle linee che fermano proprio davanti alla loro struttura; penso di salire comunque e che se l’hotel è vicino come sembrerebbe ci andremo a piedi o forse che da lì ci saranno questi altri mezzi di cui ci hanno detto… Grazie al cielo decido di domandare al conducente, il quale risponde di non conoscere l’hotel e neppure le linee che ci hanno detto di poter prendere, consigliandoci piuttosto di cercare tra le corriere di linea lì di fronte. Perfetto, se non fosse che nel frattempo sopra “o paese d’o sole” ha deciso di scendere il diluvio. Impossibile muoversi, ma di tempo ne abbiamo e non mi voglio ancora arrendere al taxi, così andiamo a chiedere aiuto all’ufficio informazioni turistiche della stazione, dove capiamo finalmente che gli autobus che stavamo cercando partono da tutta un’altra piazza, notizia che il receptionist del nostro hotel non era stato in grado di darmi quando l’avevo chiamato. Comperiamo allora i biglietti su suggerimento della signorina del banco informazioni e in un momento in cui sembra che il cielo voglia essere più clemente propongo a Roberto di tuffarci e dirigerci il più velocemente possibile verso il punto indicato. Che idea! Di acqua ne scende a secchi, il posto non è proprio dietro l’angolo, a terra ci sono solo pozzanghere grosse come laghi, sono disperata ma è solamente l’inizio, perché il massimo ci aspetta dopo aver finalmente  raggiunto l’agognata fermata che cercavamo: soppressa! Ebbene si.

Non ci vedo più dal nervosismo, nessun posto per ripararsi, acqua dal cielo, acqua dalle auto che ci sfrecciano affianco, noi come pulcini, le valigie zuppe, fermo un tassista che mi risponde di non sapere che posto sia quello che cerchiamo, che non è neppure nel Comune di Napoli e che dovrebbe chiederci almeno 50 euro per portarci. Poco dopo un edicolante incuriosito da me che sbraito e forse un pochino mosso a compassione dalla nostra situazione ci spiega che la compagnia degli autobus è in sciopero da un mese ormai e suggerisce piuttosto di chiamare l’hotel, che di solito hanno un’auto per prendere i clienti, ma nulla, questa struttura sembra proprio non poterci aiutare in niente; così il signore dell’edicola ci suggerisce di aspettare un taxi in strada e sicuramente di non salire senza prima contrattare. Non c’è altro da fare in fin dei conti, così, che sia stato il caso o meno, troviamo finalmente qualcuno che ci carica perché, finito il turno di lavoro, sta tornando giusto da quelle parti e, almeno apparentemente senza lucrarci troppo, ci porta a destinazione, spiegandoci anche quanto la zona che abbiamo scelto per quella notte, anzi, quelle poche ore di (tentato) riposo, sia in linea d’aria a due passi dallo scalo ma in realtà collegata in maniera scomoda e quindi distante. Cos’altro dire? L’importante è che dopotutto raggiungiamo l’hotel, una pensioncina che mi limiterò a definire molto… molto… andante, saliamo in camera e cerchiamo di asciugarci, ci togliamo i vestiti bagnati ma anche un po’ di roba nelle valige è bagnata, così passo un tot di tempo a cercare di asciugarla alla bell’e meglio col phon, che per fortuna c’è, sebbene ogni due minuti si blocchi come se avesse necessità di ricaricarsi.

Senza dilungarmi in ulteriori descrizioni diciamo che solo ad un’ora abbastanza tarda siamo riusciti a mettere qualcosa sotto i denti e siamo subito rientrati, cercando di dormire; Roberto ci è riuscito mentre io ho ascoltato quasi per l’intera notte urla, risate, conversazioni e ruote di trolley che arrivavano forti come se fossero stati tutti nella nostra stanza. Ad ogni modo nel buio delle cinque del mattino siamo usciti da quel posto con la speranza di non doverci mai più tornare e che l’ultimo contatto fosse il taxi convenzionato che, ad una cifra anche un poco più alta di quella spesa il giorno precedente, ci ha presi ed in cinque minuti depositati davanti al Terminal di Capodichino.

A questo punto qualcosa ha iniziato a girare bene per noi, ovvero il volo della Easyjet che è stato fantastico, portandoci a destinazione addirittura in anticipo rispetto al previsto.

Mi raccomando, non pensiate che sia andato tutto liscio da questo momento in avanti, giacché siamo ben lontani da quel punto della storia ed io ho ancora tanto da raccontarvi.

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